Intervista a Fabio Filiberti, presidente di ADI Liguria

Quale contributo del design per la città alla fine dell’emergenza sanitaria. Intervista a Fabio Filiberti, presidente di ADI Liguria

INTERVISTA

La crisi sanitaria ha messo in discussione tutti i punti di riferimento, tutte le consuetudini a cui eravamo abituati. La nostra stessa concezione di “relazione”, “vicinanza”, “luogo”, “città”. Ecco, in questo contesto in cui le coordinate sono, per così dire, mobili, può entrare in gioco il design nel suo entrare nelle dinamiche della forma città. Su questi temi abbiamo intervistato Fabio Filiberti, Presidente di ADI Liguria.

Fabio, il design può trasformare gli ostacoli in occasioni di cambiamento positivo. È già accaduto?

Partiamo da una premessa che sento doverosa.

Il vero design non abita nell’effimera parodia del superfluo e del gossip.

Questa immagine distorta non è l’espressione reale dell’essenza del design.

Il buon design è innovazione, è cambiamento in funzione delle necessità dell’uomo.

Penso a  tutta la filiera del design per la sanità che di fatto risolve molteplici problematiche tecniche, tecnologiche e soprattutto ergonomiche.

In quest’ambito progettuale ormai da decenni decenni vengono presi in considerazione anche gli aspetti psicologici del paziente che dovrà affrontare terapie o indagini strumentali spesso  particolarmente invasive. Un Compasso d’Oro, tutto ligure, è quello dell’apparecchiatura per la risonanza magnetica E-Scan di Esaote che già nel 2001 faceva suo l’aspetto emotivo del paziente pensando all’ansia che può insorgere in esso al pensiero di trascorrere il tempo tecnico per l’esecuzione dell’esame all’interno di un tubo chiuso.

Le forme, i colori, l’accessibilità sono risposte progettuali verso gli ostacoli che un paziente o un operatore sanitario deve affrontare nella sua quotidianità.

Ecco, a mio avviso, in questa logica trovo la risposta… tutti i giorni, partendo anche da un singolo problema, il design trasforma ostacoli in occasioni di cambiamento positivo.

Le regole del distanziamento sociale possono dare vita a nuovi modi di fruire delle città? Ho letto recentemente un articolo in cui si parlava di Vilnius, capitale della Lituania, che si sta trasformando in un grande e unico “ristorante” a cielo aperto, con tavolini dovunque negli spazi aperti della città. Ma anche in Italia molte città si stanno organizzando in questa direzione. Un nuovo modo di pensare al “suolo pubblico”. Il distanziamento può facilitare una nuova socialità, più pubblica?

Niente di nuovo sotto il sole.

Dall’agorà greca allo spazio aperto urbano, l’urbanistica delle città e cresciuta, mutata, secondo le regole e le necessità del momento storico. Le fortificazioni, le piazze e le vie concorrono a disegnare e raccontare l’evoluzione della società umana riflettendo sia i mutamenti evolutivi che gli eventi imprevisti e dolorosi.

Rispetto al passato credo che questa pandemia agirà principalmente sugli atteggiamenti sociali e l’organizzazione degli spazi, con la consapevolezza dei valori di reciprocità e condivisione, probabilmente assisteremo meno ad una evoluzione architettonica ed urbanistica se non nel senso delle infrastrutture o della viabilità pubblica.

I chioschi, i bar e i sistemi di ristorazione mobile e stazionaria potranno mutare i loro layout organizzativi per favorire l’uso temporaneo degli spazi aperti senza il sovraccarico di strutture fisse.

Spero che l’eredità di questa pandemia sia l’ordine, non quello monotono, vincolante e castrante del “tutto uguale”, ma quello armonico e libero che sappia valorizzare i vuoti urbani con la capacità di “riempire e svuotare” le piazze come il ciclo delle maree.

Eravamo inconsapevolmente chiusi nel nostro individualismo sociale, dove i locali “pubblici”, circondati da strutture esterne “private”, ci isolavano dagli altri, incapaci di condividere e vivere la città.

Più che al distanziamento penso ad un ampliamento degli spazi umani, un po’ come i terrazzi che sono tornati ad essere luoghi di vita e di partecipazione.

Il design può fare in modo che queste nuove abitudini, una volta passata la tempesta, vengano mantenute e divengano virtuose perché assorbite da cittadini e amministratori?

Il design può concorrere a risolvere e ottimizzare i processi influenzando sia le logiche produttive che quelle di consumo.

Recentemente le dichiarazioni di Giorgio Armani hanno smosso e sensibilizzato molti suoi colleghi.

Armani, affermando che rimodulando le collezioni si ha il tempo per creare un prodotto di maggiore qualità e spessore progettuale “il lusso ha bisogno di tempo per essere raggiunto e apprezzato” ha dato inizio ad un processo di design-driven che tende ad influenzare il rapporto tra prodotto e consumatore, suggerendo non solo il valore intrinseco del singolo oggetto ma il comportamento e il modo di essere del consumatore. Come per lo slow food, una moda “lenta” viene proposta come modello per una clientela capace di apprezzare, gustare e distinguere la qualità.

Quindi, sì, possiamo affermare che il design può e deve consapevolmente “fare”… non solo per la pandemia ma anche e soprattutto per l’ambiente. Ma tutto questo sta già avvenendo tanto che è da molto che si parla di Etica del design.

Quali sono i progetti in corso di ADI, quali i prossimi appuntamenti per il Made in Italy?

Questa pandemia ha bloccato l’inaugurazione dell’ADI Design Museum, ma quella che amiamo chiamare la “Casa del Design”  è la nostra attuale e futura priorità.

L’ADI si adopera per diffondere la cultura del prodotto industriale in rapporto all’innovazione tecnologica, all’evoluzione della società e dell’economia, ai temi della tutela ambientale. È impegnata nel processo di riconoscimento del ruolo del designer nello scenario italiano ed internazionale.

Dal 1964 il Compasso d’Oro e più recentemente l’ADI Index, sono la testimonianza cronologica dell’evoluzione della capacità e della qualità della produzione italiana.

Il Made in Italy, i prodotti, i servizi che le nostre aziende hanno saputo creare in quasi sessant’anni avranno un spazio e una vetrina culturale che si evolverà nel tempo a testimonianza della capacità italiana di fare la differenza.

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