Ogni giorno milioni di persone viaggiano per vedere il mondo. Sempre più spesso, vedono quello che si aspettavano di vedere, perché il sistema turistico si è adagiato su questo paradigma: confermare, rassicurare, riprodurre.
Eppure il turismo ha sempre avuto bisogno di essere raccontato. Non è un caso che i viaggiatori del Grand Tour portassero con sé diari e taccuini. La differenza è che allora il racconto veniva dopo. Oggi arriva prima, durante e in pubblico. Non è un errore, è un cambiamento. E, come tale, abbiamo il compito di affrontarlo.
Gli “altri turismi” sono l’antidoto?
Non sono turismi minori, né d’élite. Parliamo di turismi che chiedono qualcosa in cambio come attenzione, tempo, cura. Che resistono, per natura, alla logica del click. Attenzione però, l’alternativa al turismo consumistico non è il turismo che si autoassolve.
La FOMO della Instagram opportunity ha un alter ego altrettanto insidioso: la performance dell’etica, il viaggio “sostenibile” ostentato come status symbol, la destinazione autentica inseguita e poi distrutta proprio da chi la cercava.
Il contenuto prima ancora dell’esperienza
Zygmunt Bauman lo aveva intuito quando scrisse che i turisti si muovono perché lo vogliono, i vagabondi perché non hanno altra scelta sopportabile. Parlava di globalizzazione e di esclusione. Ma quella frattura tra chi consuma luoghi e chi li abita, è esattamente il terreno su cui si gioca tutto. Ed è lì che vogliamo andare nelle prossime settimane. Non per dare risposte, ma cercando le domande giuste.
Con INova #86 andiamo a caccia di questi altri turismi. Lo faremo sul campo, intervistando chi quei territori li abita e li gestisce. Con gli occhi aperti su entrambe le facce della medaglia, da un lato gli esempi virtuosi, dall’altro le contraddizioni che ne fanno parte.
1 – Minoranze linguistiche in Italia e promozione turistica
La lingua è un codice di comunicazione, nonché una forma di intelligenza territoriale sedimentata nei secoli. Franco-provenzale, ladino, arbëreshë, occitano: lingue vive tra la gente, che abitano territori con un’identità fortissima e una capacità attrattiva ancora largamente inesplorata. Stiamo perdendo un’occasione di fare turismo profondo? Essere una comunità chiusa significa sfuggire al turismo o è la sfida per esserlo in modo irriproducibile altrove?
2 – Evoluzione del turismo in montagna
La montagna stava già cambiando prima che il Covid la trasformasse in meta di fuga urbana e il modello invernale è sempre più messo in discussione dalle infrastrutture sotto pressione. L’insofferenza sta emergendo anche tra coloro che vivono solo di turismo. Milano-Cortina 2026 è stato il banco di prova più visibile: è questa la montagna di cui l’Italia ha bisogno?
3 – Le dimensioni non contano… i budget in parte sì.
Il turismo è imprenditoria e politica, non solo folklore da raccontare sulle pagine di una rivista. Turismo è sinonimo di reddito, occupazione e governance condivisa. Chi decide, con quali risorse e come comunicarle, e soprattutto chi si prende la responsabilità dei risultati? Su questo, purtroppo, si fa ancora molta confusione.
4 – Il dentro e il fuori. La comunicazione interna come atto fondativo di ogni comunicazione della destinazione
Quante destinazioni investono in comunicazione esterna mentre internamente regnano visioni diverse e stakeholder che non si parlano? La comunicazione interna non è una riunione di allineamento, è l’atto fondativo di qualsiasi racconto credibile verso il pubblico. Perché al centro c’è sempre una persona. E senza metodo, non c’è storia.









