Parlare diverso, essere altrove

Quando una minoranza linguistica diventa destinazione.

Quando una minoranza linguistica diventa destinazione

Dopo una lunga estate di sospensione, INova riparte da dove si era fermata l’8 maggio: dal numero #86 e dai quattro approfondimenti sugli “altri turismi” che avevamo promesso di esplorare. Riprendiamo il filo dal primo dei quattro.

La lingua è un codice di comunicazione, ma è anche molto di più. È una forma di intelligenza territoriale sedimentata nei secoli. Dentro una lingua ci sono il modo di nominare i luoghi, di organizzare una comunità, di lavorare, celebrare, ricordare, tramandare storie e persino di guardare un paesaggio.

In Italia basta osservare una delle classiche mappe delle isole e minoranze linguistiche per scoprire un Paese molto meno omogeneo di quanto normalmente immaginiamo. Occitani e franco-provenzali sulle Alpi occidentali, comunità germanofone, ladini, friulani e sloveni a nord-est; arbëreshë in numerosi centri dell’Italia meridionale e della Sicilia; comunità grecaniche in Calabria e nella Grecìa Salentina; catalani ad Alghero, croati in Molise, sardi nelle diverse varietà linguistiche dell’isola.

La legge italiana riconosce e tutela dodici minoranze linguistiche storiche: albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e quelle parlanti francese, franco-provenzale, friulano, ladino, occitano e sardo.

Una geografia che non coincide necessariamente con quella delle autonomie speciali e che racconta storie spesso tutt’altro che folkloristiche: spostamenti di frontiere, migrazioni, guerre, diaspore, tentativi di assimilazione, isolamento geografico, conservazione e trasformazione culturale.

E allora la domanda, per chi si occupa di turismo, diventa interessante: perché in alcuni territori l’identità minoritaria è diventata uno straordinario motore di attrazione, mentre in altri è rimasta un patrimonio conosciuto quasi esclusivamente dalle comunità che lo custodiscono?

L’altro da sé, senza andare lontano

Il turismo nasce anche dalla ricerca della differenza. Viaggiamo perché vogliamo incontrare qualcosa che non coincide completamente con il nostro quotidiano: un paesaggio differente, una cucina, un’architettura, un modo di abitare, una lingua che non comprendiamo del tutto.

Le minoranze linguistiche possiedono quindi una risorsa particolare: permettono di sperimentare una forma di alterità di prossimità. Basta attraversare una valle e cambiano i nomi dei paesi. Compaiono parole nuove sui cartelli. Cambiano le architetture, le ricette, le feste, talvolta gli abiti. La montagna è apparentemente la stessa, ma improvvisamente abbiamo la sensazione di essere arrivati altrove. Una sorta di esotismo nel giardino di casa. Ma possedere questa materia prima non significa automaticamente possedere un prodotto turistico. Ed è qui che iniziano le differenze.

Valle d’Aosta: quando la specificità entra nell’esperienza

La Valle d’Aosta è uno degli esempi più immediati. Autonomia, francese, franco-provenzale, cultura alpina, architettura, castelli, gastronomia e toponomastica compongono un ambiente culturale chiaramente riconoscibile. La specificità linguistica non rimane confinata alla tutela normativa. Entra nell’esperienza della destinazione. Il visitatore non incontra soltanto montagne. Incontra un territorio che gli comunica continuamente di possedere una storia particolare. Ma proprio la Valle d’Aosta permette di introdurre una questione più sottile. Perché lungo il confine occidentale italiano questa pluralità linguistica sembra generare oggi una conflittualità identitaria molto meno evidente di quella che ha caratterizzato, e in parte continua a caratterizzare, l’arco alpino orientale? Una possibile spiegazione è nella storia stessa di quelle frontiere

Due frontiere alpine, due storie diverse

Oggi siamo abituati a osservare la catena alpina come la linea che separa nettamente Italia, Francia, Svizzera e Austria. Per molti secoli non fu così. Lo Stato sabaudo nasce e si sviluppa su entrambi i versanti delle Alpi. La Savoia appartiene oggi alla Francia, ma la dinastia che avrebbe guidato il processo di unificazione italiana prende il proprio nome proprio da quel territorio.

La Valle d’Aosta entrò stabilmente nella sfera sabauda già nel Medioevo e la storia dello Stato dei Savoia rimase a lungo una storia transalpina. Anche linguisticamente, il confine è meno netto di quanto la lettura nazionale contemporanea potrebbe suggerire. Il francese fu lingua colta e di corte dello Stato sabaudo e il franco-provenzale attraversava — e in parte attraversa ancora — Valle d’Aosta, valli piemontesi, Savoia e altri territori alpini. Sarebbe naturalmente un anacronismo definire i Savoia semplicemente “francesi” o “italiani” utilizzando categorie nazionali contemporanee.

Ed è proprio questo il punto. Prima degli Stati nazionali vennero le comunità, le dinastie, le lingue, le diocesi, le economie e i territori.

Sulle Alpi occidentali questi mondi si sovrapponevano. Il confine contemporaneo tra Italia e Francia ha quindi separato anche territori che per secoli erano stati legati all’interno di spazi politici, economici e linguistici comuni. Ancora oggi l’esistenza del franco-provenzale sui due versanti delle Alpi ne conserva una traccia evidente.

Per semplificare molto: i francesi possono essere percepiti come “cugini” anche perché, storicamente, da questa parte delle Alpi il confine ha spesso attraversato un mondo che era già abituato a comunicare con sé stesso.

A est accade qualcosa di diverso. Quando non cambia la comunità: cambia lo Stato. Prendiamo le valli ladine. Val Gardena, Val Badia, Val di Fassa, Livinallongo-Fodom e Ampezzo appartengono a un universo culturale che per secoli ha gravitato nell’area tirolese. Alla vigilia della Prima guerra mondiale le principali valli ladine dolomitiche facevano parte del Tirolo. Ci furono naturalmente cesure — soprattutto durante l’età napoleonica — ma nel 1814 l’Impero asburgico recuperò il territorio tirolese e l’assetto rimase tale fino alla Grande Guerra. La differenza con l’ovest alpino è importante. Per territori come Livinallongo, l’ingresso nello Stato italiano non rappresenta l’evoluzione di un sistema politico che progressivamente diventa Italia. Arriva dopo. Poco più di un secolo fa. Ed è pochissimo rispetto alla profondità della storia europea.

La vicenda di Livinallongo del Col di Lana, Fodom in ladino, raccontata da Luciana Palla nel volume I ladini fra tedeschi e italiani, permette di comprendere molto bene questa condizione. Prima della Grande Guerra Livinallongo apparteneva alla Contea del Tirolo, nell’Impero austro-ungarico. Le relazioni economiche e sociali guardavano soprattutto verso Bressanone e Bolzano; la popolazione parlava ladino e viveva all’interno di una struttura comunitaria organizzata in piccoli nuclei, le ville, e nelle vicinie, attraverso le quali venivano gestiti anche boschi e pascoli collettivi. Poi arriva il Novecento. Con il trattato di Saint-Germain del 1919 Livinallongo e gli altri territori dell’ex Tirolo meridionale assegnati all’Italia cambiano Stato. Ma non cambiano improvvisamente lingua, memoria, relazioni o percezione di sé. Ed è qui che il confine diventa qualcosa di più di una linea geografica.

È il confine a spostarsi sopra una comunità che esisteva già. Italiani, tedeschi o ladini? L’annessione non viene accolta ovunque senza resistenze. Nel maggio del 1920 settanta rappresentanti delle valli ladine si incontrano al Passo Gardena per rivendicare la propria specificità. È in quella circostanza che viene esposta per la prima volta la bandiera ladina. Nel 1923 Livinallongo, Colle Santa Lucia e Cortina d’Ampezzo vengono inoltre amministrativamente separati dal contesto sudtirolese e aggregati alla provincia di Belluno. La vicenda diventa ancora più drammatica negli anni successivi. Nel 1939 le cosiddette Opzioni pongono le popolazioni dell’area davanti a una scelta radicale: restare cittadini italiani oppure optare per la cittadinanza tedesca trasferendosi nei territori del Reich. A Livinallongo, secondo i dati riportati nello studio di Palla, circa il 34% della popolazione sceglie di lasciare l’Italia. È difficile trovare un’immagine più potente della condizione di una comunità di confine. Italiani? Tedeschi? Austriaci? O ladini? La risposta non coincide perfettamente con nessuna di queste categorie.

Ed è forse proprio qui che nasce uno degli aspetti più interessanti dell’identità. A volte ci si accorge più chiaramente di essere qualcosa quando qualcun altro ci chiede di essere qualcos’altro. L’identità non viene soltanto ereditata: si costruisce! Questo passaggio è essenziale anche per comprendere il turismo contemporaneo. Siamo abituati a pensare all’identità territoriale come a qualcosa che arriva intatto dal passato. Ma non funziona così. Le comunità selezionano, reinterpretano, codificano e trasmettono continuamente la propria cultura. Dopo la Seconda guerra mondiale la questione ladina torna infatti a emergere. Associazioni e movimenti culturali rivendicano la propria specificità e chiedono maggiore riconoscimento. Gli accordi De Gasperi-Gruber tutelano la minoranza germanofona dell’Alto Adige, mentre Livinallongo, Colle Santa Lucia e Cortina rimangono in provincia di Belluno e quindi fuori dal sistema delle autonomie di Bolzano e Trento. Alla fine degli anni Ottanta si sviluppano anche tentativi di unificazione e codificazione della scrittura ladina. Nel 2007 gli abitanti di Livinallongo, Colle Santa Lucia e Cortina si esprimono attraverso referendum a favore del passaggio dal Veneto al Trentino-Alto Adige.

La lingua non è quindi soltanto ciò che rimane del passato, diventa anche una dichiarazione contemporanea di appartenenza. Ed è particolarmente interessante l’osservazione antropologica che emerge dalla lettura del lavoro di Palla: il sentimento identitario si struttura e si formalizza anche come risposta ai cambiamenti imposti dall’esterno. Lingua, usi, costumi e tradizioni vengono riconosciuti, organizzati e in qualche misura ricostruiti proprio quando la comunità sente il bisogno di affermare la propria specificità. Questo non significa che l’identità sia falsa. Significa che l’identità è un processo.

E poi c’è il turismo! Nel secondo dopoguerra cambia anche l’economia. Nelle valli dolomitiche l’agricoltura perde progressivamente centralità e il terziario, soprattutto attraverso il turismo, assume un ruolo sempre maggiore. Arabba è uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione. Cambiano professioni, paesaggio, consumi, infrastrutture e rapporti sociali. Ed emerge un apparente paradosso. La modernizzazione tende a uniformare. Il turismo porta persone, capitali, modelli abitativi, consumi e linguaggi provenienti dall’esterno. Ma contemporaneamente aumenta la necessità di distinguersi. Quando le destinazioni alpine iniziano a competere fra loro non basta più possedere montagne, neve, alberghi e impianti. Bisogna spiegare perché questa montagna è diversa da quella accanto. È allora che lingua, architettura, cucina, leggende, abiti, feste, toponimi e memoria collettiva possono trasformarsi in capitale narrativo. La stessa modernizzazione che rischia di cancellare una cultura può quindi produrre le condizioni perché quella cultura venga nuovamente cercata, codificata, rappresentata e comunicata. È una delle tensioni che il caso di Livinallongo mostra con particolare chiarezza.

Cultura o messa in scena? A questo punto entriamo nel territorio più delicato.In alcune destinazioni alpine l’identità non viene soltanto raccontata.Viene messa in scena.Gli abiti tradizionali compaiono negli eventi, nelle fotografie promozionali e talvolta nell’accoglienza alberghiera.I menu recuperano parole locali.Le facciate degli edifici utilizzano codici estetici riconoscibili.La toponomastica diventa esperienza.Le leggende si trasformano in itinerari, gli antichi mestieri in dimostrazioni, le feste in eventi turistici.E allora nasce inevitabilmente la domanda: è ancora cultura o è diventata spettacolo? Quanto c’è di vero e quanto di costruito?Ma forse è la domanda stessa a essere sbagliata. Il paradosso dell’autenticità.

Nel marketing turistico utilizziamo continuamente la parola autentico.Esperienze autentiche.Borghi autentici.Sapori autentici.Tradizioni autentiche.Ma autentico rispetto a quale momento storico?Al 1850?Al 1918?Al 1945?A prima dell’arrivo dello skilift?Una comunità vivente non può essere considerata autentica soltanto quando rimane immobile.Se una ragazza indossa oggi un costume tradizionale durante una festa locale, quel gesto appartiene alla sua cultura.Ma se lo stesso abito viene utilizzato per accogliere gli ospiti in un albergo diventa improvvisamente falso?Forse la distinzione realmente interessante non è quella tra vero e falso.È quella tra una rappresentazione che continua ad avere un rapporto con la comunità che la produce e una scenografia costruita esclusivamente per lo sguardo del visitatore.

Anche le tradizioni cambiano.Anche le comunità scelgono cosa ricordare e come rappresentarsi.Il turismo aggiunge un ulteriore livello: la consapevolezza di essere osservati. E una comunità comincia inevitabilmente a raccontare sé stessa anche attraverso lo sguardo di chi arriva da fuori.È lì che nasce lo storytelling territoriale.

Né italiani né tedeschi. O forse entrambi, e soprattutto ladini

Da questo punto di vista il mondo ladino costituisce un laboratorio straordinario di place branding. La sua forza risiede proprio nella difficoltà di ridurlo a una categoria unica. È inserito oggi nello Stato italiano, ma porta con sé una lunga storia tirolese. Convive con il tedesco, ma non è semplicemente germanofono. Attraversa Veneto, Trentino e Alto Adige senza coincidere con nessuno dei tre. E persino la lingua presenta varietà locali e una lunga tradizione prevalentemente orale, che ne ha reso complesso il processo di standardizzazione. È, in sostanza, un’identità di frontiera. E le frontiere sono potentissimi generatori di racconto. Perché consentono al visitatore di percepire di essere contemporaneamente dentro e fuori qualcosa. In Italia, ma non soltanto nell’Italia che si aspettava.

La frontiera come posizionamento

Qui il rapporto con l’Alto Adige diventa ancora più evidente. Anche l’Alto Adige è italiano da poco più di un secolo. La Prima guerra mondiale segna una cesura radicale tra una lunga appartenenza all’universo tirolese-asburgico e l’ingresso nello Stato italiano. Nel caso delle valli ladine quella cesura arriva addirittura a separare amministrativamente comunità che avevano condiviso per secoli lo stesso spazio storico: nel 1923 Ampezzo, Livinallongo e Colle Santa Lucia vengono assegnati a Belluno, mentre Badia e Gardena resteranno nell’area che diventerà la Provincia di Bolzano e Fassa in quella di Trento. Qui Italia e Austria non sono quindi soltanto due Paesi vicini. Nella memoria collettiva sono anche un prima e un dopo. È una condizione differente da quella delle Alpi occidentali, dove il mondo sabaudo aveva per secoli cucito territori e culture sui due versanti della montagna. Potremmo sintetizzarla così: a ovest il confine moderno ha separato un mondo che era abituato ad attraversarlo; a est il confine nazionale ha incorporato territori che fino a quel momento avevano costruito altrove gran parte dei propri riferimenti politici e culturali.

Naturalmente la storia è molto più complessa di questa formula. Ma la differenza aiuta a comprendere perché l’identità sudtirolese e ladina conservi ancora oggi una particolare intensità. E proprio quella tensione è diventata anche materia di posizionamento. Alto Adige/Südtirol. Italiano e tedesco. Mediterraneo e mitteleuropeo. Canederli e vino italiano. Maso tradizionale e architettura contemporanea. Non completamente Austria. Non l’immagine convenzionale dell’Italia. Il trattino diventa quasi un brand. Il paesaggio da solo non basta. Sarebbe però un errore attribuire il successo turistico di questi territori esclusivamente alla loro identità linguistica. Le Dolomiti possiedono una risorsa paesaggistica eccezionale. Ma accanto al paesaggio esistono infrastrutture, impianti, ricettività, mobilità, servizi, imprese, capacità di investimento, cultura dell’ospitalità, marketing e strutture di governance consolidate.

È la combinazione a fare la differenza:

paesaggio + prodotto + servizi + governance + identità + racconto.

La cultura diventa il differenziale che impedisce al prodotto di essere completamente intercambiabile.

Perché una pista può assomigliare a un’altra pista. Un hotel a un altro hotel. Una spa a un’altra spa. Ma Fodom, la Val Badia o la Val Gardena non possono essere replicate altrove se rimane vivo il rapporto tra prodotto turistico e comunità.

E allora perché non succede ovunque? È qui che il confronto con le altre minoranze italiane diventa particolarmente interessante. Le valli occitane piemontesi possiedono una cultura che attraversa il confine nazionale e mette in relazione territori italiani e francesi. Lingua, musica, feste e tradizioni costruiscono ancora oggi una forte appartenenza. Il franco-provenzale collega culturalmente Valle d’Aosta, Piemonte alpino, Savoia e altri territori dell’arco occidentale. Il Friuli-Venezia Giulia è uno straordinario laboratorio di confine: italiano, friulano, sloveno, comunità germanofone; città e territori attraversati più volte dalla storia politica europea. Gorizia e Nova Gorica costituiscono persino un caso quasi perfetto per raccontare il significato contemporaneo della frontiera. Eppure, questa complessità non ha storicamente prodotto un immaginario turistico altrettanto potente e sistematico di quello altoatesino.

Scendendo ancora lungo quel “Bel Paese dove ’l sì suona”, la geografia diventa forse ancora più sorprendente. Ci sono comunità nelle quali si può ancora ascoltare una lingua di origine greca. Nella Grecìa Salentina vive il griko; nell’area grecanica calabrese sopravvivono altre varietà legate alla presenza storica del greco. E poi ci sono gli arbëreshë. Comunità nate dalle migrazioni albanesi verso l’Italia a partire dalla fine del Medioevo, che per secoli hanno conservato lingua, rito, costumi, tradizioni e memoria della diaspora. Paesi nei quali entrare significa, ancora una volta, sperimentare una sorprendente sensazione di alterità senza uscire dall’Italia. Eppure, raramente questa ricchezza ha generato sistemi turistici paragonabili a quelli costruiti in alcune destinazioni alpine. Il problema, dunque, non è la mancanza di identità. È ciò che succede intorno all’identità.

Dall’identità al prodotto

Una minoranza linguistica non è un prodotto turistico. Una festa tradizionale non è un prodotto turistico. Un costume non è un prodotto turistico. Una lingua non è un prodotto turistico. Sono risorse. Perché diventino componenti di una destinazione occorre costruire intorno a esse accessibilità, esperienze, servizi, interpretazione, ospitalità, itinerari, formazione degli operatori, comunicazione, governance.

E soprattutto occorre che il processo abbia un rapporto con la comunità locale. Altrimenti si ottiene soltanto una scenografia. Il caso ladino è interessante proprio perché mostra la sovrapposizione di tutti questi livelli: una cultura minoritaria fortemente riconoscibile, una storia di confine, uno dei paesaggi più potenti del mondo, una grande tradizione turistica e una straordinaria capacità di organizzare il prodotto. È questo mix a essere difficilmente replicabile.

Due domande senza risposta: chi ha diritto di raccontare una cultura? La comunità? L’ente turistico? L’impresa? Il turista? E quando la valorizzazione diventa appropriazione (indebita) o spettacolarizzazione?

Essere chiusi per poter essere diversi?

(…Quindi in Liguria hanno ragione …?)

C’è infine un paradosso. Molte culture minoritarie sono sopravvissute proprio grazie a condizioni che oggi considereremmo sfavorevoli allo sviluppo turistico. Isolamento. Montagne. Difficoltà di collegamento. Comunità ristrette. Scambi limitati. La stessa chiusura che per secoli ha permesso di preservare lingua e cultura può diventare oggi un ostacolo alla loro valorizzazione. Il turismo produce infatti il movimento contrario. Porta il mondo dentro. E allora la domanda iniziale ritorna con maggiore forza: essere una comunità chiusa significa sfuggire al turismo o rappresenta proprio la condizione che consente di offrire qualcosa di irriproducibile altrove?

Probabilmente entrambe le cose. L’identità non è il prodotto. È ciò che lo rende irripetibile. Forse è questa la lezione più interessante. Non basta possedere una lingua minoritaria per costruire una destinazione. E non sarebbe neppure auspicabile trasformare automaticamente ogni patrimonio identitario in merce turistica. Ma quando una comunità riconosce la propria differenza, riesce a mantenerla viva e contemporaneamente costruisce intorno a essa prodotto, servizi e governance, quella differenza può diventare un potentissimo elemento di posizionamento. Che va comunicato e promosso.

Il caso ladino lo dimostra in maniera quasi paradigmatica. La storia sposta i confini. Le comunità reagiscono. Le lingue resistono, cambiano e vengono codificate. Le tradizioni vengono riscoperte e reinterpretate. Il turismo arriva, trasforma e a sua volta viene trasformato. E il territorio continua a ridefinire sé stesso. Forse, allora, il turista contemporaneo non cerca realmente un luogo rimasto immobile per secoli. Cerca qualcosa di più complesso. La sensazione di essere entrato in un mondo che non potrebbe esistere nello stesso modo altrove. E quando una destinazione riesce a generare quella sensazione, l’identità smette di essere soltanto memoria.

Diventa racconto. Diventa differenza.

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